Recensione di Enrico Falqui

La città fuori dalla città

(a cura di M.Morandi,M.Fantin,M.Piazzini,L.Ranzato – INU ed.,Roma,2012)

Recensione di Enrico Falqui

In questo bel libro curato da un gruppo di lavoro dell’INU, composto da quattro autorevoli urbanisti e progettisti italiani, compare (finalmente) un’interpretazione innovativa delle numerose cause che hanno generato “il declino” del modello di città contemporanea.

Al centro di questo libro, vi è l’idea che “ il mancato controllo dell’espansione urbana abbia, tra le sue cause non secondarie, la mancanza di una modalità definita di interazione positiva tra la città consolidata e la città fuori della città.”

L’accurata analisi, svolta in alcuni saggi dagli Autori, dei fenomeni che hanno ispirato le contrapposte teorie sulla “ città diffusa “ e sulla “ città compatta”, mostra come l’urbanistica italiana, negli ultimi 30 anni, abbia trascurato la necessità di considerare le periferie urbane e gli spazi peri-urbani come una “potenzialità” per riconfigurare un disegno di città e una funzionalità d’uso sociale delle aree frammentate generate dall’espansione urbana. Ciò che è mancato in questi anni, non è tanto una capacità di analisi di tali fenomeni di dispersione e di frammentazione degli insediamenti e delle infrastrutture nello spazio rurale contiguo ai “ confini” della città, quanto una capacità progettuale capace di ricreare un sistema di relazioni e di connessioni attraverso un paziente e complesso lavoro di ricucitura della morfologia urbana, del tessuto edilizio, degli spazi pubblici e degli spazi aperti, nel comune obiettivo di “fare città” senza espansione, di “fare sviluppo” senza dilatazione e concentrazione delle funzioni.

Maurizio Morandi, in uno dei saggi più acuti e stimolanti del libro, manifesta la convinzione che “ in molta urbanistica contemporanea continua a presentarsi una resistenza ad accettare le trasformazioni dei modi di vita e di abitare dei cittadini contemporanei”, non riconoscendo la cultura individuale che interviene nella fruizione e nella costruzione della città. “ Non si tratta, quindi, di rifiutare l’insediamento diffuso”, afferma Morandi, “quanto piuttosto di lavorare per la sua organizzazione attraverso un preciso progetto urbano”. Si tratta di un’affermazione importante che , da un lato, serve all’Autore per riportare alla luce la vera interpretazione di “città diffusa”, descritta da Francesco Indovina negli anni ’80. ovvero che “ diffusione non costituisce il rifiuto della città, ma piuttosto la ricerca di una diversa e migliore città”. Dall’altro lato, serve per esprimere una critica radicale al concetto di “città generica” di Koolhas, le cui idee non sembrano essere prodotte da una reale analisi di ciò che esiste nella periferia della città attuale, quanto piuttosto, come dichiara Franco Purini, (in un altro saggio contenuto nel libro) “da un confronto improponibile con la città storica, dalla quale si è separata attraverso un gigantesco processo di perdita di riconoscibilità e di qualità.”

Gli Autori del libro dimostrano di non credere più nemmeno a una delle “terapie” più consolidate nella tradizione urbanistica italiana, ovvero la prassi della “densificazione” come rimedio taumaturgico ai processi di diffusione della città nello spazio rurale.

Questa terapia urbanistica , in realtà, perpetua l’inveterata tendenza a privilegiare i pieni rispetto ai vuoti nella prassi progettuale, e così “ non percepisce che nella nuova dimensione della città sono destinate a perdere senso ed efficacia molte contrapposizioni dialettiche. Infatti, in un altro saggio di Nuno Portas e Alvaro Domingues, nel descrivere i fenomeni di trasformazione della città contemporanea, essi distinguono nettamente il termine di “ diffusione” da quello di “ dispersione”, in quanto questi termini connotano forme diverse dell’espansione urbana, di nuova urbanizzazione o di assimilazione di antichi insediamenti periurbani,rurali o rururbani.

Così che, oggi, per dispersione si deve intendere il fenomeno della crescita spontanea per nuovi addensamenti urbani, mentre il termine diffusione viene attribuito allo sparpagliamento di costruzioni (case, industrie) basato sulla proprietà catastale e sulle infrastrutture rurali preesistenti o i nuovi nodi delle vie di rapido collegamento.

Portas e Domingues concludono il loro saggio affermando che “dispersione”, ovvero nuova crescita, non coincide necessariamente con “diffusione” del sistema insediativo, fenomeno di origine più antica, legata ai percorsi esistenti, ad alcune pluriattività agricole o a modelli catastali prevalenti come il mini-fondo, tipico della mezzadria.

Tuttavia, entrambi i fenomeni ( a lungo studiati dagli autori del saggio, in Portogallo) , “ combinano densità accentuate medio-basse, con variazioni brusche della densità liquida e variabilità degli spazi aperti”; il che fa presupporre la necessità di strategie progettuali differenziate, se si vuole mantenere un appropriato grado di permeabilità degli spazi, di sostenibilità ecologica dell’insediamento e di successiva implementazione della qualità urbana e del riconoscimento, da parte degli abitanti, delle nuove identità urbane.

Gli Autori non tirano conclusioni affrettate, invitando alla sperimentazione e all’approfondimento delle ricerche in questo campo della progettazione urbana: tuttavia, a conclusione della lettura del libro, appare chiaro il richiamo a sviluppare una capacità di “ costruire senza costruire”, sfruttando le occasioni di progetto per dare un significato agli spazi interstiziali della città e per riconnettere, anche funzionalmente, quello che è cresciuto separato.

In questo modo, si rende più comprensibile (anche agli ambientalisti nostrani) che la sostenibilità dello sviluppo urbano non può limitarsi al soddisfacimento  delle varie Agende 21 o al miglioramento dell’ecological footprint della città, bensì essa è prevalentemente il frutto di un” sistema “ di azioni e processi progettuali che ricuciono, riconfigurano e ridisegnano lo spazio urbano in rapporto agli spazi aperti e ai loro tessuti connettivi.